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Il rapporto, Manifesto for repression, analizza la bozza di codice trapelata rivelando come invece di migliorare il pessimo bilancio in materia di diritti umani nel paese come parte dell’agenda riformista del Principe ereditario, essa contravviene al diritto internazionale e codifica in una la legge scritta le pratiche repressive esistenti.
La bozza di codice criminalizza i diritti alla libertà di espressione, di pensiero e di religione e non protegge il diritto alla libertà di riunione pacifica. Inoltre, il progetto criminalizza le relazioni sessuali consensuali "illegittime", l'omosessualità e l'aborto e non protegge le donne e le ragazze dalla violenza di genere. La bozza codifica anche l'uso della pena di morte come una delle sanzioni principali e continua a consentire punizioni corporali come la fustigazione. Il rapporto evidenzia anche i recenti casi di repressione dei dissidenti, illustrando i pericoli dell'adozione della bozza così com'è.
"L'assenza di un codice penale scritto ha da tempo generato violazioni sistemiche e ingiustizie in Arabia Saudita. Un primo codice penale scritto potrebbe essere per le autorità dell'Arabia Saudita un'opportunità imperdibile di trasformare il sistema di giustizia penale abusivo del paese in uno che rispetti i diritti umani. Tuttavia, la nostra analisi della bozza di codice trapelata rivela che si tratta essenzialmente di un manifesto per la repressione che rafforzerebbe le violazioni dei diritti umani e sopprimerebbe le libertà", ha dichiarato Agnès Callamard, Segretaria Generale di Amnesty International.
"Nella sua forma attuale, la bozza di codice manda in frantumi l'illusione che il Principe ereditario stia perseguendo un'agenda veramente riformista. L'Arabia Saudita si trova in un momento critico: con una bozza di codice penale attualmente in fase di revisione legislativa, le autorità hanno ancora la possibilità di dimostrare al mondo che le loro promesse di riforme non sono vuote. Devono consultare urgentemente esperti indipendenti della società civile e modificare la bozza di codice per garantire che sia allineata agli standard internazionali e rivalutare le leggi esistenti per sostenere i diritti umani".
Oltre al rapporto, Amnesty International lancia oggi una campagna globale per chiedere il rilascio delle persone che sono state colpite dalla repressione delle autorità e sono state ingiustamente imprigionate o condannate a morte per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione.
"La campagna di Amnesty International mira a costruire una pressione internazionale per le riforme sui diritti umani, smascherando la triste verità che si cela dietro i tentativi dell'Arabia Saudita di ripulire la propria immagine internazionale. La campagna metterà in evidenza i casi scioccanti di persone ingiustamente imprigionate o che rischiano la pena di morte solo per aver espresso pacificamente le proprie opinioni. Esporremo le agghiaccianti conseguenze della repressione del Paese e faremo pressione sui principali alleati dell'Arabia Saudita affinché facciano pressione per una vera riforma", ha dichiarato Agnès Callamard.
La bozza del codice penale - trapelata per la prima volta online nel luglio 2022 - è stata redatta in segreto e viene rivista senza consentire il dialogo con la società civile indipendente e gli esperti. Le autorità dell'Arabia Saudita non hanno condiviso la bozza di codice penale con gli esperti della società civile indipendente e non l’hanno resa pubblica. Tuttavia, alcuni esperti di diritto sauditi, tra cui un membro dell'ordine degli avvocati e due studi legali sauditi, hanno condiviso e commentato pubblicamente la bozza del 2022, confermandone l'autenticità.
Amnesty International ha scritto al Consiglio dei Ministri dell'Arabia Saudita e alla Commissione saudita per i diritti umani per condividere l'analisi effettuata dall’organizzazione e le proprie domande sulla bozza del codice penale. Il 4 febbraio, la Commissione saudita per i diritti umani ha risposto negando l'autenticità della bozza e affermando che una bozza di codice è attualmente in fase di revisione legislativa. Amnesty International invita le autorità saudite a pubblicare l'ultima versione della bozza così da avere un riscontro da parte della società civile indipendente.
Il rapporto di Amnesty International analizza la bozza di codice penale di 116 pagine trapelata, esaminando il suo allineamento con la legge internazionale sui diritti umani e il suo potenziale nel perpetuare le violazioni dei diritti umani esistenti. Il rapporto si basa su un decennio di documentazione sui diritti umani, sulla repressione da parte delle autorità saudite dei diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica, sull'uso della tortura e di altri maltrattamenti e sulla pena di morte, nonché su interviste con esperti che conoscono il panorama legislativo dell'Arabia Saudita.
Amnesty International osserva che la bozza di codice penale copre solo i crimini discrezionali (crimini ta'zir), per i quali le punizioni non sono specificate nella sharia, e non codifica i crimini che hanno punizioni fisse secondo la sharia (noti come crimini hadd o qisas), continuando a concedere ai giudici un'ampia discrezionalità nel determinare se la soglia probatoria è soddisfatta.
Libertà criminalizzate
Nell'ultimo decennio, le autorità saudite hanno fortemente limitato la libertà di espressione, prendendo di mira un gran numero di voci dissenzienti - dai difensori dei diritti umani ai giornalisti, passando per i religiosi e gli attivisti per i diritti delle donne - attraverso l'incarcerazione, l'esilio o i rilasci condizionati che prevedono il divieto di viaggiare. Le autorità hanno utilizzato disposizioni antiterrorismo e anticrimine informatico per mettere a tacere l'espressione critica e il pensiero indipendente. In un caso eclatante, Salma al-Shehab, dottoranda e madre di due figli, sta scontando 27 anni di carcere per aver sostenuto i diritti delle donne su X (ex Twitter).
In un caso in corso, Manahel al-Otaibi, istruttrice di fitness, blogger e difensore dei diritti umani, scomparsa con la forza dal novembre 2023, attende di essere processata davanti al Tribunale Penale Specializzato, il famigerato tribunale antiterrorismo dell'Arabia Saudita, per aver postato fotografie in cui non indossava l'abaya (veste tradizionale) e per i contenuti di protesta contro le leggi repressive dell'Arabia Saudita sulla tutela maschile.
La bozza di codice penale rafforzerebbe queste misure repressive criminalizzando la diffamazione, gli insulti e la messa in discussione della magistratura in termini vaghi, rischiando di infrangere ulteriormente le libertà individuali e perpetuando la repressione del dissenso.
Il progetto di codice penale criminalizza anche le relazioni sessuali consensuali "illegittime", le relazioni sessuali consensuali tra due uomini, commettere "comportamenti indecenti" e "imitare un altro sesso attraverso il proprio abbigliamento e aspetto". Tali disposizioni consentirebbero la persecuzione e la molestia dei membri della comunità LGBTI. Sebbene Amnesty International abbia documentato casi di persone condannate per questi atti, questi procedimenti e le sentenze erano a discrezione del giudice e non sono codificati come atti criminali nella legislazione saudita esistente. Le pene associate a questi atti nella bozza di codice penale sono più severe delle pene attualmente inflitte dai giudici.
Attualmente in Arabia Saudita, in assenza di un codice penale, i giudici utilizzano la propria interpretazione della legge islamica (sharia) e della giurisprudenza per determinare ciò che costituisce un crimine e per imporre le punizioni. Tali pratiche consentono ai giudici un'ampia discrezionalità nel dirimere i casi e lasciano i crimini e le punizioni vagamente definiti, in violazione della legge internazionale sui diritti umani.
La bozza di codice perpetua la violenza di genere
Per anni, le donne e le ragazze in Arabia Saudita sono state confrontate con una discriminazione dilagante, nel diritto e nella pratica, e con una legislazione nazionale inadeguata a proteggerle dalla violenza di genere. È allarmante che la bozza di codice non consenta di perseguire penalmente le persone che commettono atti in nome dell'"onore", che potrebbero includere aggressioni o omicidi. Questa nuova disposizione garantirebbe di fatto l'immunità agli abusatori, in flagrante violazione del diritto internazionale.
Il progetto di legge fornisce anche una definizione troppo ampia e vaga di molestie e non riconosce lo stupro coniugale come reato.
Codificazione dell'uso della pena di morte
Nonostante le promesse del Principe ereditario Mohammad bin Salman di limitare la pena capitale ai crimini più gravi, come dettato dalla sharia, sotto il suo governo c'è stata una spaventosa impennata di esecuzioni. Nel marzo 2022 vi è stata l’esecuzione di massa di 81 persone; una delle più grandi esecuzioni di massa degli ultimi decenni.
La bozza del codice penale dell'Arabia Saudita codifica la pena di morte come punizione primaria per un ventaglio di reati - dall'omicidio allo stupro, fino a reati non violenti come l'apostasia e la blasfemia, in violazione del diritto internazionale. La bozza di codice consente l'esecuzione di minorenni per alcuni crimini e fissa l'età della responsabilità penale a sette anni, un'età scioccante. Il Comitato per i Diritti del Bambino, di cui l'Arabia Saudita è parte, raccomanda che l'età minima di responsabilità penale non sia inferiore a 12 anni.
La bozza di codice continua inoltre a consentire punizioni corporali retrograde, che potrebbero includere la fustigazione e l'amputazione delle mani, per reati come l'adulterio e il furto. Le punizioni corporali sono una forma di tortura e altri maltrattamenti, vietate dal diritto internazionale.
"È fondamentale che il Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU istituisca un meccanismo di monitoraggio della situazione dei diritti umani in Arabia Saudita, in modo che le autorità saudite non possano continuare a coprire la terribile realtà della loro repressione, comprando il silenzio del mondo e spacciando un'immagine di progresso e di glamour al mondo con la loro costosa macchina di pubbliche relazioni", ha dichiarato Agnès Callamard.