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«Questo richiedente asilo era impegnato in maniera costante all’interno dell’opposizione nel corso di diversi anni : realizzava delle trasmissioni radiofoniche, scriveva articoli, partecipava a manifestazioni e incontri nell’ambito delle Nazioni Unite. Non aveva un ruolo di dirigente nell’opposizione, ma è sempre stato attivo politicamente, e questo anche dalla Svizzera,» ha spiegato Denise Graf, coordinatrice asilo della Sezione svizzera di Amnesty International.
In un secondo caso che riguarda un richiedente asilo sudanese, la CEDU ha statuito in favore della Svizzera e ha ammesso la legalità del rinvio. Amnesty International si rammarica che nessun certificato medico o psicologico sia stato sottomesso alle autorità svizzere o alla CEDU, fatto che avrebbe potuto dimostrare le affermazioni del richiedente asilo, secondo il quale sarebbe stato detenuto e torturato per 45 giorni prima della sua partenza. « Se doveva essere arrestato in passato, rischia anche oggi un arresto a causa dei sospetti che pesano su di lui » sostiene Denise Graf.
Rivalutare le decisioni di rinvio
Amnesty International si rammarica che le autorità svizzere spesso non prendano abbastanza in considerazione e sottovalutano i rischi di persecuzione al quale sono confrontati i richiedenti asilo in caso di rientro. Questo in paesi tra i quali anche il Sudan, la Turchia o lo Sri Lanka, dove i militanti politici rischiano l’arresto e la tortura al momento del rientro.
«La Svizzera deve rivalutare le ultime decisioni prese con la prospettiva della sentenza della CEDU, così da evitare arresti come quelli subiti da due tamil al momento del loro arrivo a Colombo, nel 2013. »