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“È giunto il momento che gli Stati, le istituzioni pubbliche, le aziende, le università e altri attori privati mettano fine alla propria letale dipendenza dai guadagni economici e dai profitti a tutti i costi. La prolungata occupazione illegale da parte di Israele e decenni di apartheid hanno richiesto un sostegno costante e durevole a Israele attraverso relazioni economiche e commerciali. Ventitré mesi di bombardamenti incessanti e un genocidio in corso hanno richiesto una fornitura infinita di armi e attrezzature di sorveglianza, supportata da relazioni commerciali privilegiate e da Stati e aziende disposti a ignorare l'indifendibile”, dichiara Agnès Callamard, Segretaria generale di Amnesty International.
“Questo deve finire. La dignità umana non è una merce. Mentre le madri palestinesi a Gaza sono costrette a guardare i propri figli morire di fame quando è in corso il genocidio da parte di Israele, le aziende produttrici di armi e altri continuano a trarre profitti sostanziali.”
“Il briefing che presentiamo oggi identifica le azioni che gli Stati devono intraprendere per adempiere ai propri obblighi - dal divieto e l'esclusione delle aziende che contribuiscono o sono direttamente collegate ai crimini di Israele, a una legislazione e una regolamentazione efficaci, fino al disinvestimento e alla cessazione degli acquisti o dei contratti. Elenca inoltre le azioni che le aziende dovrebbero intraprendere, come la sospensione delle vendite o dei contratti e il disinvestimento”, prosegue Callamard.
Il documento nomina anche 15 aziende che Amnesty International ha identificato come contributrici all'occupazione illegale, al genocidio o ad altri crimini di Israele ai sensi del diritto internazionale. Tra queste figurano le multinazionali statunitensi Boeing e Lockheed Martin, le aziende israeliane produttrici di armi Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems e Israel Aerospace Industries (IAI), l'azienda cinese Hikvision, il produttore spagnolo Construcciones y Auxiliar de Ferrocarriles (CAF), il conglomerato sudcoreano HD Hyundai, l'azienda statunitense produttrice di software Palantir Technologies, l'azienda tecnologica israeliana Corsight e l'azienda idrica statale israeliana Mekorot.
“Non ci devono essere equivoci: queste 15 aziende sono solo un piccolo campione tra quelle responsabili di sostenere un governo che ha provocato la carestia, massacrato civili e negato alle persone palestinesi i diritti fondamentali per decenni. Ogni settore economico, la stragrande maggioranza degli Stati e molte entità private hanno consapevolmente contribuito genocidio di Israele a Gaza e della sua brutale occupazione e apartheid nel Territorio palestinese occupato, o ne hanno tratto profitto”, afferma Agnès Callamard.
Amnesty International esorta gli Stati a vietare, con effetto immediato, la fornitura a Israele di tutte le armi, le attrezzature e i servizi militari e di sicurezza, nonché tutte le attrezzature di sorveglianza, l'intelligenza artificiale e le infrastrutture cloud utilizzate a sostegno delle attività di sorveglianza, sicurezza e militari. Ciò include il divieto di transito e trasbordo di armi, attrezzature militari e di sicurezza e parti e componenti correlati destinati a Israele attraverso le loro giurisdizioni, i loro porti, aeroporti, spazio aereo o territorio.
L'organizzazione chiede inoltre la cessazione del commercio e degli investimenti con le aziende di tutto il mondo che contribuiscono al genocidio, all'apartheid o all'occupazione illegale da parte di Israele. Tra queste figurano come minimo le aziende elencate nella relazione della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel Territorio palestinese occupato e nella banca dati delle Nazioni Unite delle aziende che contribuiscono agli insediamenti illegali. Gli Stati devono garantire che le aziende presenti sul loro territorio rispettino questi divieti.
Aziende che contribuiscono all'occupazione illegale e/o ai crimini definiti dal diritto internazionale
Per anni, Amnesty International ha documentato gli abusi commessi da molte di queste società. Tutte le aziende sono state contattate per rispondere alle preoccupazioni sollevate dal briefing: solo cinque società hanno risposto nel 2025, e queste risposte sono state prese in considerazione.
Il rapporto documenta in particolare il coinvolgimento di diverse aziende in attacchi aerei illegali, nella fornitura di armi e tecnologie di sorveglianza, nonché nel sostegno a progetti legati agli insediamenti israeliani. Boeing, Lockheed Martin, Elbit Systems, Rafael e IAI sono direttamente collegate alle armi utilizzate nei bombardamenti di Gaza. In Svizzera, Elbit Systems Switzerland è una filiale che, secondo l'attuale iscrizione nel registro di commercio, è interamente controllata da Elbit Systems.
Aziende come Hikvision, Corsight e Palantir Technologies forniscono strumenti di sorveglianza e intelligenza artificiale utilizzati nell'ambito del sistema di apartheid israeliano. Mekorot, CAF e HD Hyundai contribuiscono all'occupazione attraverso la gestione discriminatoria dell'acqua, lo sviluppo di infrastrutture coloniali o la demolizione di beni palestinesi.
Infine, piattaforme turistiche come Airbnb, Booking.com, Expedia e TripAdvisor continuano a proporre offerte nelle colonie israeliane illegali, nonostante i ripetuti appelli di Amnesty International a disimpegnarsi.
“Queste società devono adempiere alle proprie responsabilità in materia di diritti umani o affrontare le conseguenze delle loro azioni. Devono garantire di non essere coinvolte in alcun modo nell’occupazione illegale e nei crimini di Israele ai sensi del diritto internazionale. Se non lo fanno, le società, i loro dipendenti e i membri dei loro consigli di amministrazione rischiano di incorrere in responsabilità civile e, in alcuni casi, anche in potenziali responsabilità penali per favoreggiamento dei crimini di Israele”, afferma Agnès Callamard.
Amnesty chiede a queste aziende di sospendere immediatamente tutte le vendite e le consegne in Israele di armi e altre attrezzature militari, di sicurezza e di sorveglianza, o altri macchinari pesanti, parti o beni e servizi che contribuiscono o sono direttamente collegati a violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Gli Stati, le istituzioni pubbliche e le altre aziende devono usare la loro influenza attraverso i loro investimenti in queste aziende - fino a includere il disinvestimento responsabile e la cessazione degli acquisti da esse - per fermare queste vendite.
Gli Stati dovrebbero inoltre escludere queste aziende da fiere commerciali, riunioni governative, contratti, sovvenzioni di ricerca e attività con enti pubblici relative ai tipi di prodotti venduti a Israele. Tutte queste misure devono rimanere in vigore fino a quando tali aziende non dimostreranno di non contribuire all'occupazione illegale o ai crimini di Israele ai sensi del diritto internazionale.
“Amnesty International invita inoltre la società civile e l'opinione pubblica a mobilitarsi pacificamente per esigere che gli Stati rispettino i propri obblighi internazionali e che le aziende coinvolte nei crimini israeliani rendano conto delle proprie azioni. È inaccettabile che gli attori economici continuino a trarre profitto dalla morte, dalla distruzione e dalla sofferenza del popolo palestinese, mantenendo modelli economici basati sull'impunità”, conclude Agnès Callamard.
Contesto
Amnesty International pubblica questo rapporto in occasione del primo anniversario della risoluzione adottata il 18 settembre 2024 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che chiedeva a Israele di porre fine alla sua occupazione illegale del territorio palestinese entro 12 mesi. Il rapporto invita gli Stati e le imprese a cessare ogni attività che contribuisca alle violazioni del diritto internazionale commesse da Israele, in particolare l'occupazione, l'apartheid e il genocidio in corso.
La risoluzione faceva seguito al parere consultivo della Corte internazionale di giustizia, che ha giudicato illegale l'occupazione e contrarie al divieto di apartheid le politiche israeliane. L'ONU aveva quindi chiesto agli Stati membri di adottare misure concrete: vietare i prodotti delle colonie, sospendere i trasferimenti di armi verso Israele e sanzionare le persone o le entità coinvolte nel mantenimento dell'occupazione.
Nel gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia (CIJ) ha riconosciuto un rischio reale di genocidio a Gaza e ha ordinato a Israele di adottare tutte le misure necessarie per impedirlo. Ha ricordato che tutti gli Stati hanno l'obbligo di prevenire e punire il genocidio. Queste ingiunzioni sono state ribadite a marzo e maggio, ma sono rimaste senza effetto.
Nel settembre 2024, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che fissava un termine di 12 mesi per il ritiro di Israele dal Territorio Palestinese Occupato. Nel dicembre 2024 ha poi approvato un'altra risoluzione che chiedeva “il ritiro di Israele dal territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est; la realizzazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese” e agli Stati di “non fornire aiuto o assistenza alle attività di insediamento illegali, compreso il divieto di fornire a Israele qualsiasi tipo di assistenza da utilizzare specificamente in relazione agli insediamenti” nei Territori palestinesi occupati.
Nel dicembre 2024, Amnesty International ha concluso che Israele stava commettendo genocidio contro le persone palestinesi a Gaza e da allora si è diffuso un crescente consenso tra gli esperti della comunità internazionale sul fatto che si stia verificando un genocidio.