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Svizzera / Revisione dell'OSCPT

Una minaccia senza precedenti per la privacy e le libertà fondamentali

Amnesty International Svizzera esprime profonda preoccupazione per la proposta di revisione dell'ordinanza sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni (OSCPT), attualmente in consultazione presso il Dipartimento federale di giustizia e polizia. L'organizzazione respinge con forza questa revisione, che segna una preoccupante svolta verso una sorveglianza generalizzata della popolazione, in contraddizione con i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione federale e dagli impegni internazionali della Svizzera.

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Estendendo in modo massiccio gli obblighi di identificazione, di trasmissione e di conservazione dei dati alla stragrande maggioranza dei fornitori di servizi di comunicazione, comprese le piattaforme digitali come i servizi di messaggistica crittografata, i servizi di posta elettronica sicura o di condivisione di file, la revisione lede gravemente il diritto alla vita privata. Tali obblighi si applicherebbero anche in assenza di un nesso diretto con un'indagine penale, attraverso meccanismi di sorveglianza automatizzata, costringendo così servizi concepiti per garantire la riservatezza a compromettere la sicurezza dei propri utenti.

«L'automazione della sorveglianza senza un controllo umano preventivo, combinata con l'assenza di meccanismi di ricorso efficaci, indebolisce le garanzie fondamentali dello Stato di diritto», avverte Illan Acher, esperto di diritti digitali di Amnesty Svizzera.

Il rispetto della sfera privata è un pilastro essenziale di ogni società democratica. È protetta non solo dalla Costituzione svizzera, ma anche da trattati internazionali ratificati dalla Svizzera, come la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e il Patto internazionale sui diritti civili e politici. Qualsiasi restrizione a questo diritto deve essere giustificata, necessaria, proporzionata e fondata su una base giuridica chiara – requisiti che questa revisione, introdotta con un'ordinanza e non con una legge, non rispetta.

Inoltre, l'obbligo di identificazione degli utenti e la conservazione sistematica dei metadati per sei mesi costituiscono una violazione sproporzionata della vita privata. La giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea, che ha invalidato dispositivi simili nell'UE, dimostra chiaramente che tali pratiche violano i diritti fondamentali. La loro trasposizione in Svizzera creerebbe un pericoloso precedente.

«Questa revisione rappresenterebbe un colpo particolarmente grave per coloro che hanno bisogno di comunicazioni riservate per esercitare i propri diritti o la propria professione: difensori dei diritti umani, giornalisti, avvocati, medici, whistleblower. Minacciando la riservatezza delle loro comunicazioni, comprometterebbe gravemente la loro sicurezza e il loro lavoro», osserva Illan Acher.

«Amnesty International Svizzera esorta quindi il Consiglio federale a rinunciare a questa pericolosa revisione. La sicurezza non deve mai essere garantita a scapito delle libertà fondamentali. Ne va della credibilità della Svizzera come Stato di diritto, sia all'interno dei suoi confini che a livello internazionale», conclude Illan Acher.